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La leggenda dei 47 Ronin

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La leggenda dei 47 Ronin

Messaggio  Raffaele il Mer 16 Set - 13:24

Poche storie sono più impregnate di Bushidō di quella relativa a ”La vendetta dei quarantasette Ronin” (四十七士 Shi-jū Shichi-shi) e il conflitto tra dovere e lealtà che la caratterizza è rappresentativo del pensiero nipponico. Per questo alcuni dicono che “conoscere la leggenda dei 47 Ronin vuol dire conoscere il Giappone” e non stupisce che gli elementi principali della storia siano familiari già a tutti i bambini nipponici fin dalla più tenera età. Probabilmente la cosa che più affascina è che, magari con qualche abbellimento, la leggenda risulta comunque storicamente accurata, e che, nella sostanza, i fatti narrati sono realmente accaduti durante gli anni 1701-1703, come molte testimonianze dirette ed indirette confermano.
La storia è talmente popolare che le sue versioni romanzate (Chūshingura - 忠臣蔵) sono apparse già una cinquantina d’anni dopo il suo svolgersi (nel 1748 si svolgeva il primo spettacolo di Bunraku -marionette- che la narrava) e sono state rappresentate nel kabuki, nel cinema e nella televisione (a titolo di curiosità segnaliamo che, solo tra il 1997 e il 2007, ci sono state 10 produzioni televisive narranti la storia).

Le circostanze storiche
Gia al tempo degli stati in guerra (sengoku jidai), vigeva l’usanza del Sankin kōtai (参勤交代- presenza alternata), per la quale i vassalli di un Daimyo erano obbligati, in base alle possibilità dei propri possedimenti, a fornirgli un certo numero di soldati per un certo periodo di tempo.
Con l’unificazione del Giappone gli Shogun Tokugawa modificarono la sostanza di questa tradizione, trasformandola nell’obbligo, da parte dei Daimyo, di soggiornare, un anno si e uno no, rispettivamente ad Edo, a svolgere vari incarichi presso la corte, e nel loro feudo (han). Lo scopo di questa politica (del tutto analoga a quella operata a Versailles da parte del Re sole nei confronti della nobiltà francese), era un controllo diretto del potere centrale sui nobili. La necessità di mantenere due eleganti residenze (una ad Edo ed una nel proprio feudo) e i frequenti viaggi del numeroso seguito, drenavano una larga parte del bilancio dei vari clan riducendo considerevolmente la porzione dello stesso disponibile per le spese militari. Questo aspetto, unito al fatto che le famiglie e gli eredi del Daimyo erano obbligati a soggiornare ad Edo anche quando questi era lontano (e quindi, di fatto, erano ostaggi del governo), rendevano una ribellione un’eventualità remota. Le necessità legate ai viaggi resero necessario costruire strade, locande ed altre attività economiche di supporto che stimolarono l’economia. Sembra che ad Edo le processioni dei Daimyo che andavano e venivano dalla città fossero un evento quasi giornaliero, in fondo erano in tutto circa duecento, un numero consistente!

Kira Yoshinaka
I personaggi che supervisionavano le questioni relative al protocollo presso la corte dello Shogun erano i kōke (maestri di cerimonia), e uno di essi si chiamava Kira Yoshinaka (吉良義央-sembra che in realtà si pronunci KiraYoshihisa ma ormai è passato alla storia come Yoshinaka, vabbeh).
Nato nel 1641, Kira era imparentato con i potenti clan Sakai e Uesugi, sembra cha al momento degli accadimenti fosse una persona dotata di una grande opinione del suo ruolo a corte, cosa che spesso lo rendeva rude e arrogante. Per completare il quadro pare che fosse molto avido di denaro, e il suo ruolo gli consentiva di ottenere spesso cospicue "elargizioni".
Nel Marzo del 1701, l’allora Shogun Tokugawa Tsunayososhi incaricò due dei Daimyo che stavano prestando il Sankin kōtai presso la sua corte, di farsi carico dell’organizzazione e delle incombenze relative a una visita dei messi imperiali inviati a presenziare all’annuale cerimonia del ringraziamento. I due Daimyo in questione erano Asano Naganori, signore del feudo di Akō (un piccolo feudo nell’ovest dell’Honshū), e Kamei Sama, signore del feudo di Tsuwano.
Poiché la cerimonia in questione sembra fosse abbastanza complessa e caratterizzata da rigorosi formalismi, ai due fu affiancato un esperto maestro di cerimonia, Kira Yoshinaka appunto, per istruirli al riguardo.

L’inizio della tragedia
I rapporti tra i due Daimyo e Kira volsero subito al peggio. I due nobili, considerando un incarico affidato dallo Shogun come un dovere, si limitarono ad offrire al maestro di cerimonia, come compensazione per i tempo che dedicava loro, doni simbolici. Non si sa se per via dello scarso valore dei doni ricevuti, oppure del fatto che, contrariamente a quanto facevano molti funzionari della corte, non gli offrirono bustarelle, Kira si risentì nei confronti di Asano e Kamei, e cercò di vendicarsi, non lesinando nessuna occasione per metterli in imbarazzo e istruendoli in modo incompleto. Mentre Asano affrontava tutto questo con stoica sopportazione (aiutato in questo dal fatto che pare fosse un appassionato seguace del confucianesimo), Kamei cresceva in risentimento e rabbia, al punto che stava meditando di uccidere l’irrispettoso maestro. Il più fidato consigliere di Kamei però, intuendo il pericolo per il suo signore e il suo clan pensò bene di cercare di appianare la cosa dando a Kira, in modo discreto e riservato, una grossa somma di denaro. Da quel momento in poi il maestro di cerimonia iniziò a trattare Kamei con il rispetto dovuto, placandone il risentimento.
Kira continuò comunque a trattare Asano in malo modo, probabilmente irritato ulteriormente dal fato che il signore non aveva seguito l’esempio del suo compagno, e giunse al punto di chiamarlo in pubblico “ragazzo di campagna privo di buone maniere”. Per Asano questa offesa segnò il limite, estrasse il suo wakizashi e cercò di uccidere Kira, riuscendo a sferrare due fendenti prima di essere immobilizzato. Il primo fendente colpì il maestro di cerimonia al viso, infliggendogli una ferita superficiale, il secondo lo mancò colpendo invece un pilastro. Il fatto accadeva nel Matsu no Ōrōka (Grande Corridoio dei Pini), un corridoio monumentale che univa varie ali del palazzo di Edo, era il 21 Aprile 1701. Vista la lieve entità della ferita di Kira, e poiché era evidente la presenza di una forte provocazione, il consiglio dello Shogun sembrava orientato alla clemenza, tuttavia Tokugawa Tsunayososhi considerò l’accaduto (l’aggressione di un suo funzionario dentro il suo palazzo, dove ogni atto di violenza era espressamente proibito) come una grave offesa, tanto più che nell’interrogatorio condotto dagli inquirenti, Asano non cercò alcuna scusa, rammaricandosi solo di non essere riuscito ad uccidere l’avversario. Come punizione quindi, lo Shogun ordinò ad Asano di fare seppuku, inoltre sentenziò la confisca del feudo di Akō e la dissoluzione del relativo clan. Adesso i 321 samurai di Asano erano quindi diventati Ronin, Samurai senza più padrone.
Sembra che prima di uccidersi, Asano abbia recitato la seguente poesi d’addio (tanka):
Passa il vento,
cadono i fiori,
più che la loro scomparsa,
quella della primavera mi sta a cuore.
Come spiegarmi?

In assenza del suo Daimyo, il castello di Ako era gestito dal più fidato consigliere di Asano, un samurai di nome Oishi Kuranosuke. Questi, non appena venuto a sapere le terribili notizie di Edo, mise subito al sicuro la famiglia del suo signore, e in seguito, sentito il parere degli altri notabili del clan, consegnò pacificamente il controllo del castello agli emissari dello Shogun (cosa niente affatto scontata, dato che una parte dei samurai del clan voleva combattere fino alla fine, ma una volta tanto sui falchi prevalsero le colombe).
La vendetta era fermamente proibita dalla legge, tuttavia Oishi rifiutava l’idea di lasciare non vendicata la morte del suo Daimyo, e così cercò, tra i 371 ex-samurai di Asano, coloro che la pensassero nello stesso modo. In tutto trovò 46 compagni, e pur consci che la punizione dello Shogun sarebbe probabilmente stata terribile, pronunciarono un giuramento di sangue che li impegnava a vendicare il loro signore uccidendo Kira. (alcune versioni riportano un numero inizialmente maggiore di Ronin, tuttavia coloro che perseverarono sino alla fine furono 47).
Preparare la vendetta
Kira non era certo uno sprovveduto, e, temendo che i samurai di Asano potessero tentare di vendicarlo, aveva preso le opportune precauzioni, fortificando la propria casa ed aumentandone sensibilmente il personale di sicurezza. Dispose, infine, che numerose spie tenessero d’occhio i suoi possibili nemici e in particolar modo Oishi.
Ma anche Oishi non era uno stupido, e indovinando le mosse del suo avversario, suggerì ai congiurati di comportarsi in modo da eluderne i sospetti e fargli abbassare quindi la guardia.
Conseguentemente i 47 ronin si divisero in piccoli gruppi e iniziarono ad agire come se nulla fosse, alcuni divennero mercanti, altri mercenari, qualcuno iniziò a comportarsi da ubriacone.
Per evitare che le conseguenze delle proprie azioni ricadessero sulla propria famiglia, Oishi divorziò con un pretesto dalla moglie, mandandola a vivere, con i due figli più piccoli, dai suoi parenti. Il figlio più grande, Chikara, di soli sedici anni, era già uno dei 47.
Successivamente Oishi lasciò Edo, dirigendosi a Kyoto e iniziandone a frequentare le bische e i bordelli, guadagnandosi in breve tempo fama di uomo rude e dissoluto. Una sera, tornando a casa dopo ore passate a bere, Oishi svenne in mezzo alla strada e si addormentò sul posto, con grande divertimento dei passanti. Uno di questi, un bushi di Satsuma che lo conosceva di fama, infuriato per questo comportamento indegno di un samurai, iniziò ad insultarlo e a colpirlo, arrivando al punto di dargli un calcio in faccia (anche solo toccare il viso di un samurai era considerata una grave offesa, figurarsi colpirlo!) per poi sputarci sopra prima di andarsene.
Così gli informatori di Kira riferirono che gli ex-vassalli di Asano conducevano perlopiù un’esistenza meschina e che la possibilità che pensassero ad una vendetta era da considerarsi molto remota.
Confidando nell’operato delle proprie spie ed incominciando a scarseggiare in fondi a causa del ritiro forzato, Kira gradualmente iniziò ad abbassare la guardia, riducendo le guardie del corpo e le precauzioni.
Nel frattempo, con grande circospezione, gli altri Ronin iniziarono a bazzicare i dintorni di Edo, travestiti da mercanti, monaci e persino ubriachi, in modo da non dare nell’occhio mentre raccoglievano informazioni sul loro nemico e sulla sua abitazione. Una volta impratichiti con la casa e con i suoi abitanti, iniziarono ad ammassare armi ed armature (queste ultime fatte in casa, per non destare sospetti), spostandole di notte utilizzando una barca.
L’assalto
Dopo qualche tempo i congiurati organizzarono una riunione segreta, alla fine della quale decisero che i tempi della vendetta erano ormai maturi, predisposero quindi i dettagli del piano dell’attacco da effettuarsi di li a poco, più precisamente la mattina del 14 Dicembre 1702, ossia circa un anno e mezzo dopo la morte del loro signore. Oishi raccomandò a tutti di agire con la massima cautela, di prestare particolare attenzione a spengere eventuali fiamme (che avrebbero potuto originare un incendio nel quartiere coinvolgendo innocenti) chiedendo infine di risparmiare, durante l’imminente scontro, le donne e bambini della casa di Kira, poiché sebbene il bushido ne consentisse l’uccisione per vendetta, questa era facoltativa. Raccoltisi prima dell’alba, e con indosso una divisa simile a quella dei pompieri di Edo (per non destare sospetti in coloro che li avessero eventualmente scorti), si divisero in due gruppi e si avviarono, in mezzo ad una forte nevicata, verso gli ingressi del palazzo di Kira. Il primo gruppo comandato da Oishi Kuranokuse, avrebbe assalito il cancello frontale, il secondo, guidato da Oishi Chikara, avrebbe attaccato il portone posteriore. Per forzare i portoni i Ronin si erano appositamente muniti di mazze ed altri utensili.

L'assalto ai portoni

Secondo il piano, il segnale che avrebbe dato inizio all’assalto sarebbe stato un tamburo, mentre il segnale che Kira era stato trovato sarebbe dovuto essere il suono di un fischietto. Appena presi gli ingressi alcuni samurai muniti di arco avrebbero dovuto salire sul tetto per abbattere eventuali messaggeri mandati a cercare aiuto e dare supporto ai compagni. Inoltre alcuni uomini vennero inviati presso le dimore vicine al fine di tranquillizzarne gli abitanti, spiegando in modo chiaro che non erano ladri, ma bensì bushi venuti a vendicare il proprio signore, e che quindi i vicini non avevano nulla da temere da parte loro. Questi ultimi, che a quanto pare detestavano il Maestro di cerimonia, si rincuorarono e non si intromisero.
La dimora di Kira conteneva circa 120 guerrieri, che presi di sorpresa e incapaci di armarsi adeguatamente, non furono in grado di opporsi efficacemente ai determinatissimi assalitori. Alcuni uomini mandati a chiedere aiuto furono abbattuti dagli arcieri sul tetto.
Alla fine dello scontro sedici guardie della casa erano rimaste uccise e ventidue ferite, le altre prigioniere o fuggite. Tra i Ronin risultavano solo tre feriti in modo serio e nessun morto.
Sulla casa di Kira era tornata la pace, ma il fischietto non si era sentito, alcuni degli assalitori iniziarono a sgomentarsi rendendosi conto che del maestro di cerimonia non c’era traccia. Tuttavia Oishi andò a controllare il letto del padrone di casa, trovandolo al tatto ancora caldo. Il loro nemico non poteva essere nascosto lontano. Fu dato dunque inizio ad una accurata ricerca, che portò a scoprire un pannello segreto dietro ad un ampio dipinto. Il passaggio portava ad un cortile interno, nel quale un piccolo edificio fungeva da legnaia. Un perquisizione dell’edificio permise di scorgervi un uomo nascosto che, una volta scoperto, tentò di assalire i cercatori con un pugnale. L’uomo fu facilmente disarmato e immobilizzato. Questi si rifiutava di dare la propria identità, ma i bushi erano certi che fosse Kira e suonarono il fischietto. Oishi accorse in tuta fretta con una lanterna, alla cui luce riconobbe il suo nemico, che, come prova definitiva, portava ancora sul volto la cicatrice della ferita che Asano gli aveva inferto.

Kira viene scoperto


L’epilogo
Il capo dei Ronin, in considerazione del rango di Kira, si mise in ginocchi dinnanzi a lui, e, rivolgendogli parola nel modo più cortese, gli comunicò che erano vassalli di Asano Naganori, del feudo di Aki, venuti a vendicare il loro defunto padrone. Oishi disse infine che gli offrivano la possibilità di morire con onore, come un vero samurai, facendo seppuku con il solito wakizashi che Asano aveva utilizzato per se.
Tuttavia Kira inizio a piangere, tremare e pregare, giungendo anche ad offrire soldi ai Ronin in cambio della propria vita. Oishi rendendosi conto che Kira non aveva né l’onore, né il coraggio necessari a fare seppuku, prese la spada corta del suo defunto signore e con un singolo fendente tagliò la testa del Maestro di Cerimonie. La testa fu quindi avvolta in un panno bianco ed adagiata in un cesto.
A questo punto era necessario avvisare la moglie di Asano e coloro che erano rimasti in Aki che vendetta era stata fatta, a tal scopo i Ronin incaricarono uno tra i più giovani tra loro, Terasaka Kichiemon, di recarsi nel loro vecchio feudo ed agire da messaggero.
Fatto questo, i restanti quarantasei bushi si incamminarono in direzione del tempio Sengaku-ji , dove le spoglie del Daimyo Asano erano sepolte, portando con se il cesto. Durante il percorso trovarono molte persone che, avendo sentito delle loro gesta, si erano riversate in strada per lodarli ed offrirgli cibo e bevande (molti probabilmente solo per curiosità).
Giunti al tempio, i Ronin presero la testa di Kira e la lavarono in un vicino pozzo, poi sistematala al meglio la posero dinnanzi alla tomba del loro signore, assieme all’ormai famigerato wakizashi.
Uno per uno sfilarono di fronte alla sepolcro di Asano, dedicandogli preghiere e bruciando incenso. Non aspettandosi nessuna pietà da parte del governo, il gruppo donò il denaro che restava all’anziano monaco che governava il tempio, chiedendogli in cambio una sepoltura decente e le preghiere del caso. Quindi Oishi inviò un messaggero presso le autorità, informandole dell’accaduto e comunicandogli che i Ronin avrebbero atteso le disposizioni dello Shogun nel tempio di Sengaku-ji.
Le autorità, visto il loro considerevole numero, divisero i Ronin in quattro gruppi, ognuno dei quali fu assegnato ad un Daimyo responsabile della loro detenzione. In considerazione del loro status di Samurai, la loro prigionia presso le dimore dei quattro Daimyo fu improntata alla massima cortesia e rispetto, tanto più che l’opinione pubblica era stata profondamente impressionata dalla loro gesta, e non poche petizioni in loro favore giunsero al governo. Anche l’entourage dello Shogun era rimasto impressionato dallo spirito da veri Samurai dimostrato dai congiurati, tuttavia, sebbene conforme alla dottrina del bushido, quanto da loro compiuto era in opposizione con gli ordini espliciti del governo, che proibiva la vendetta nel modo più rigoroso. La giusta sentenza sulla questione costituiva pertanto un problema di non facile soluzione che fu dibattuto per quasi due mesi.
Alla fine si optò per una via di mezzo, i Ronin furono condannati a morte, ma, anziché uccisi come volgari criminali, vennero posti nelle condizione di morire con onore facendo seppuku. Inoltre fu decretato che le loro gesta avevano ripristinato l’onore del clan, quindi l’erede di Asano, Asano Daigaku Nagahiro (il fratello minore), precedentemente diseredato dal governo, venne riammesso al rango di hatamoto. Il feudo di Ako fu quindi ripristinato (sebbene adesso fosse un decimo di quanto non fosse prima), e i rimanenti samurai dell’han, prima disoccupati in quanto ex-vassalli di una famiglia in rovina, poterono tornare a svolgere una vita onorevole.
Il 4 Febbraio 1703, indossando un kimono bianco, tutti i quarantasei Ronin (perché Terasaka Kichiemon non era ancora tornato), commisero, presso le abitazioni dove erano confinati, il suicidio rituale. Le loro spoglie furono quindi portate al tempio di Sengaku-ji, e le loro tombe innalzate davanti a quella del loro signore.
Una curiosità. Sembra che il terreno su cui sorgeva una di queste quattro abitazioni sia attualmente occupato dall’ambasciata italiana a Tokyo, nel cui parco si uccisero dieci dei Ronin. Una lapide ricorda il drammatico evento.
Terasaka Kichiemon tornò ad Edo poco dopo, ma anche in considerazione della sua giovane età, venne graziato dallo Shogun e visse fino a settantotto anni. Alla sua morte venne seppellito con i compagni. I vestiti, le armi e le armature che i 47 Ronin usarono nel giorno dell’assalto sono ancora conservate nel tempio, assieme al tamburo e al fischietto. Le tombe e il tempio divennero in breve, e sono tutt’oggi, un luogo di venerazione.
Uno dei numerosi visitatori venuti a rendere omaggio alla tombe fu il samurai che aveva aggredito a Kyoto Oishi finendo per sputargli in faccia, la leggenda vuole che, rivolgendosi alla tomba di Oishi, abbia chiesto scusa per aver pensato che non fosse un buon samurai, procedendo quindi a sua volta a fare seppuku per espiare. La sua tomba giace accanto a quella dei Ronin.

Il tempio oggi:
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