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Il vero “ultimo samurai”: Takamori Saigo

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Il vero “ultimo samurai”: Takamori Saigo

Messaggio  Raffaele il Gio 30 Lug - 14:44

Il vero “ultimo samurai”: Takamori Saigo Prima parte
Quando mi è capitato di sentire citato il film “l’Ultimo Samurai” con Tom Cruise in un ambiente legato all’arte della spada, questo era inevitabilmente presentato in chiave negativa in special modo rispetto alle incongruenze storiche che questo presenta. Ammettendo la mia ignoranza feci a suo tempo una breve ricerca che condenso nelle seguenti righe. Ecco come è andata veramente…
Nel 1850 il Giappone era governato dal 15°shogun Tokugawa:Tokigawa Iemitsu. A quel tempo il paese era praticamente isolato dal resto del mondo secondo la politica detta “Sakoku”(paese chiuso) in vigore dal 1633.
Il Sakoku
Il Sakoku proibiva, pena la morte, sia l’ingresso degli stranieri di entrare in Giappone sia l’espatrio dei sudditi del paese del sol Levante. Questa politica era stata presa a seguito della presa di coscienza del pericolo costituito dalle religioni e dalla politica dei grandi stati imperialisti europei. Il governo giapponese del tempo voleva evitare nel modo più completo qualsiasi cosa che ricordasse la “colonizzazione” e cristianizzazione di gran parte dell’america del sud avvenuta pochi anni prima. Il giappone aveva però bisogno di una certa quota di commercio con l’estero, per questo motivo furono lasciati aperti alcuni “varchi”. Il più importante di questi era l’isola di Dejima presso il porto di Nagasaki, sulla quale erano ammessi sia gli Olandesi che i Cinesi.

La spedizione del Commodoro Perry
Fin dai primi anni dell’800 il governo degli Stati Uniti d’America aveva tentato, senza risultati positivi, di instaurare rapporti commerciali con il Giappone. L’ultimo di questi tentativi, compiuto dal Capitano Glynn nel 1849, portò alla convinzione che una dimostrazione di forza sarebbe stata l’unica via possibile per ottenere un accordo commerciale. Perry fu incaricato di questa nuova spedizione e a tal fine si preparò leggendo tutto quanto era disponibile al tempo sul Giappone Tokugawa, in special modo il libro di Philipp Franz von Siebold il quale aveva vissuto per otto anni sull’isola di Dejima prima di ritornarsene in Olanda. Così il Commodoro, con una flotta di quattro navi da guerra a vapore, getto l’ancora nei pressi di Edo l’8 luglio 1853. Pare che inizialmente i giapponesi, che non conoscevano la recente tecnologia del vapore, pensassero ad alcune navi in fiamme. Possiamo solo immaginare lo stupore provato dagli isolani davanti al fatto che le quattro grandi navi dalla chiglia tinta di nero non solo non bruciassero, ma avanzassero a una velocità ritenuta impossibile con quel vento (pare 9 nodi). In seguito il termine “navi nere” simbolizzerà la minaccia della tecnologia occidentale nei confronti del Giappone.
Gli emissari di Perry, scesi a terra si incontrarono con gli inviati dello shogun, i quali intimarono agli stranieri di proseguire alla volta di Nagasaki. Perry rifiutò di andarsene, e chiese il permesso di presentare una lettera del Presidente Americano Millard Fillmore allo shogun, minacciando l’uso della forza in caso contrario. I giapponesi si resero subito conto che nulla potevano contro le minacciose navi nere in rada, e considerando gli effetti devastanti di un eventuale bombardamento navale acconsentirono. Così il Commodoro sbarcò e presento la lettera, la quale conteneva tutta una serie di richieste di natura commerciale. Consegnata la lettera Perry e la sua flotta salparono in direzione della costa cinese, promettendo di tornare l’anno successivo per la risposta.
Negli ambienti shogunali la minaccia americana fu presa molto seriamente, tanto che nel porto di Edo fu iniziata la costruzione di una batteria difensiva sull’isolotto di Odaiba.
Come promesso Perry tornò nel febbraio del 1854, con ben sette navi, e trovò che i delegati del governo avevano preparato un trattato, in venti articoli, che accoglieva praticamente tutte le richieste della lettera di Fillmore. Il primo di questi articoli sanciva una relazione di amicizia fra i due popoli. Il secondo sanciva l’apertura dei porti di Shimoda e Hakodadi alle navi americane. Il nono articolo era la clausola della “nazione più favorita” che dichiarava che qualsiasi concessione fatta ad altre nazioni sarebbe stata automaticamente estesa agli americani. L’undicesimo articolo consentiva agli americani di stabilire un consolato press oil porto di Shimoda. Entrambe le parti firmarono il trattato il 31 Marzo 1854.



Bakumatsu (幕末)
L’arrivo del commodoro Perry ruppe equilibri vecchi di secoli, segnando l’inizio del Bakumatsu, nome che indica gli ultimi anni del periodo Edo (1853-1867). La sopraffazione tecnologica degli americani aveva indicato l’inadeguatezza della società giapponese rispetto ai tempi, un radicale cambiamento era dunque necessario. La questione era quale tipo di società adottare e come. Il clan Tokugawa si riteneva il più adatto a guidare la nuova trasformazione, altri clan la pensavano diversamente. In special modo due importanti clan (han in giapponese indica sia il clan che la provincia), i Mori della provincia di Chōshū, e gli Shimazu della provincia di Satsuma avevano motivo di vendetta verso i Tokugawa. Infatti, essendo questi usciti sconfitti dalla battaglia di Sekigahara (ottobre 1600) che oltre due secoli prima consegnò il potere in mano a Ieyasu (primo shogun Tokugawa), erano sin da allora sempre stati tenuti lontano da tutte le posizioni di un certo rilievo del governo di Edo. La fazione politica che questi clan appoggiavano si prefiggeva dunque di abbattere lo shogunato e ripristinare il potere imperiale, e prese il nome di Ishin-shinshi (patrioti nazionalisti). Lo scontro tra le due fazioni (pro-shogun e pro-imperatore) ebbe l’effetto di aumentare il caos nel paese, con omicidi diffusi specie in Edo e Kyoto. Tra le forze fedeli allo shogun vanno citati gli Shinsengumi, un gruppo di ronin votati alla difesa dei Tokugawa. Tra gli imperialisti occorre citare gli Hitokiri (“ammazzauomini”), quattro formidabili spadaccini che dopo aver operato molti assassini furono alla fine sconfitti dagli shinsengumi. I quatro samurai erano Tanaka Shinbei, Kawakami Gensai, Kirino Toshiaki e Okada Izo. Erano ache conosciuti come i “Quattro Macellai” (四大肉屋, Shidai Nikuya) oppure come la “Punizione Divina contro i nemici della ristorazione Imperiale” (帝国復帰の敵に対する天誅, Teikoku fukki no teki ni taisuru tenchū).
La cosa alla fine terminò in campo aperto, nel 1867 le forze unite delle provincie di Chōshū, Satsuma e Tosa affrontarono nella battaglia di Toba-Fushimi le forze shogunali. Entrambi gli eserciti erano dunque costituiti da samurai. Il 28 Gennaio 1867 ‘imperatore dichiaro lo shogun e isuoi alleati “nemici della corte”, ed ordinò ai due leader delle forze Shimazu Saigo Takamori ed Okubo Toshimichi di riportare l’ordine con la forza se necessario.
I quindicimila uomini delle forze dello shogun potevano contare sulla superiorità numerica (nella misura di 3:1) ma erano armati per lo più in maniera tradizionale, con lance, spade e poche ed antiquate armi da fuoco, gli insorti invece erano dotati dei recenti fucili francesi Miniè, di alcuni cannoni tipo howitzers e di una mitragliatrice. Ma l’arma più importante in mano ai samurai di Satsuma- Chōshū fu di tipo psicologico. Essi infatti proclamarono comandante in capo delle loro forze il principe Yoshiaki, un giovane di 22 anni che aveva sino allora vissuto come monaco e che era quindi completamente digiuno di cose militari. Tuttavia la sua nomina trasformò l’esercito degli insorti in esercito imperiale e quindi chiunque lo avesse attaccato sarebbe divenuto traditore dell’imperatore. Per un samurai cresciuto nel culto del bushido la cosa non doveva essere facile da digerire. E così, dopo quattro giorni di battaglia, alla fine gli imperiali trionfarono.
Il periodo Edo, associato agli shogun Tokugawa, dopo 265 anni era finito e iniziava l’era Meiji.
L’era Meiji
Meiji (“pace illuminata”) era il titolo che l’imperatore Mutsuhito assunse nel momento in cui venne al potere, spostando la capitale da Kyoto ad Edo (rinominata da quel momento in poi Tokyo) e sottoscrivendo una costituzione. Dopo breve tempo, nel 1971, gli stessi Daimyio furono aboliti e sostituiti da prefetture. Il sistema a caste tuttavia rimaneva.
Il nuovo governo era gestito da tre samurai, il comandante in capo del nuovo esercito (nonché capo dell’esercito che aveva riportato al potere l’imperatore), Saigo Takamori di Satsuma, il pianificatore della restaurazione Meiji, Okubo Toshimichi, anche lui di Satsuma, e infine Kido Koin, un abile diplomatico maestro dell’arte della persuasione.
Saigo Takamori si era dimostrato particolarmente sensibile al problema della corruzione, il suo motto era "新政厚徳" ("Nuovo governo, grande moralità"), e riteneva che il nuovo regime dovesse comunque basarsi sull’appoggio della classe dei samurai.
Kido Koin era invece un fautore dell’occidentalizzazione forzata del Giappone, la quale secondo la sua opinione doveva passare dall’abolizione del feudalesimo e delle sue caste in favore di un governo centralizzato.
Okubo Toshimichi era principalmente un’economista. Nella sua posizione di ministro delle finanze si sforzò di accelerare l’industrializzazione del paese favorendo la costruzione di infrastrutture quali strade, ponti e porti. Nel 1871 partecipò alla spedizione diplomatica giapponese intorno al mondo, dalla quale tornò nel 1873. Il viaggio aveva rafforzato la sua convinzione che al momento il suo paese non fosse in grado di sfidare nessuna delle grandi potenze. Una curiosità, Taro Aso, 92° primo ministro del Giappone è un suo bis-bis-nipote.
Il primo schiaffo alle idee di Saigo Takamori si realizzò in occasione della riorganizzazione dell’esercito del 1872, nella quale il vecchio modello basato sui samurai fu scartato, favorendo la leva di 46000 coscritti provenienti da tutte le classi sociali. Improvvisamente 2 milioni di samurai si trovarono privati della loro principale motivazione d’essere e di sostentamento. Per apprendere le tecniche militari occidentali furono chiamati alcuni dei migliori ufficiali del tempo, ossia francesi e prussiani (niente Tom Cruise quindi). Tuttavia, fedele al proprio incarico, Saigo supervisionò e guidò la nascita del nuovo esercito mettendo a disposizione tutta la propria esperienza.
Takamori pensò allora che un bella guerra di conquista avrebbe potuto ridare ai samurai la loro regione d’essere, la vittima sacrificale sarebbe stata la Corea. Il piano consisteva nel farsi mandare in quel paese come emissario diplomatico, dove Squindi avrebbe presentato delle richieste talmente esorbitanti ed offensive da spingerne i governanti ad ucciderlo. Questo avrebbe dato alle armate del Mikado il casus belli necessario per l’avvio della guerra. Tuttavia, nel 1873, quando il piano era già ben avviato e la nave che avrebbe dovuto trasportare Takamori già individuata, il governo manovrato da Koin e Toshimichi lo bocciò. Per Saigo questa umiliazione fu troppo. Decise di dimettersi dal governo e da gran maresciallo dell’esercito ritirandosi a Kagoshima, la sua città di nascita e capitale di Satsuma. Per via del suo carisma e della sua innegabile onestà, molte guardie imperiali si dimisero e lo seguirono nell’esilio che si era auto-imposto. Per garantire un sostentamento a queste persone e per sfruttarne al meglio le competenze, Takamori fondò 132 scuole private sparse per tutta la provincia di Satsuma, dette shigakko. In queste scuole l’istruzione era imperneata sullo studio dei classici cinesi assieme all’inglese e/o al francese. Inoltre a tutti gli studenti era richiesto di allenarsi con le armi, familiarizzarsi con le tattiche militari e apprendere il bushido. Tra le scuole fondate ve ne era anche una di artiglieria.
L’occidentalizzazione forzata del paese rendeva necessaria l’abolizione della classe dei samurai, con questo fine nel 1876 diventò illegale mostrare in pubblico il Daisho, le due spade,sino a quel momento diritto esclusivo dei samurai. Per molti samurai, che nel 1867-68 avevano contribuito a riportare al potere l’imperatore anche versando parte del loro sangue, questo fu come aggiungere al danno la beffa. Molti di loro adesso parlavano dei “bei vecchi tempi” dello shogun.
La percezione di questo malcontento preoccupava il governo di Tokyo, specie considerando la natura marziale delle shigakko e il fatto che il “grande Saigo” fosse un possibile leader dell’eventuale agitazione. A questo si aggiungeva il fatto che la provincia di Satsuma era tradizionalmente, già al tempo degli han, un considerevole produttore di armi, con la conseguente presenza di numerose armerie ben fornite. Tra queste, non sorprende che una delle più importanti fosse quella di Somuta presso Kagoshima. A scopo precauzionale il governo centrale pensò quindi bene di inviare una nave a svuotarla e trasferirne il contenuto nella più sicura Osaka.


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Il vero “ultimo samurai”: Takamori Saigo - 2° parte

Messaggio  Raffaele il Gio 30 Lug - 14:49

L’insurrezione
La nave giunse nel porto di kagoshima il 30 Gennaio 1877, ed iniziò, senza dare spiegazioni a nessuno, a trasferire il materiale a bordo. Tutto ciò fu visto come un oltraggio ed una sfida dagli studenti delle shigakko, che prima a piccoli gruppi poi in circa un migliaio saccheggiarono l’arsenale, rubando, tra le altre cose, 84.000 cartuccere, e trasformando i timori governativi in una profezia auto-avveratasi. L’ufficiale incaricato del trasferimento delle armi inoltrò una protesta formale al governo provinciale, il quale, nonostante gli studenti avessero più volte sfilato per le strade mostrando le armi rubate come trofeo, dichiarò di non essere riuscito ad identificarne nessuno. All’ufficiale governativo non restò quindi, che risalire sulla propria nave ed andarsene. Gli studenti a questo punto sequestrarono le fabbriche portandone la produzione di armi alla massima capacità
Ma mentre questi eventi avevano luogo, cosa faceva Saigo? Takamori, ignaro di tutto era semplicemente a caccia. La sua reazione immediata nell’udire quanto successo fu di rabbia all’indirizzo dei leader degli studenti. A freddo, comprendendo che il danno era ormai fatto, non poté fare altro che congratularsi pubblicamente con loro.
Tra il 3 ed il 7 Febbraio, il governo provinciale di Satsuma procedette all’arresto di 58 agenti governativi. Questi erano quasi tutti agenti della polizia di Tokyo (Keishicho) ma nati in Satsuma, fatto che gli consentiva di comprendere il difficile dialetto locale (difficile ancora oggi pare) e di essere quindi spie ideali. Nei giorni successivi iniziarono a circolare voci secondo le quali i prigionieri, sottoposti a tortura, avevano confessato di essere stati mandati dal governo centrale ad uccidere Saigo ed a creare la scusa per una invasione dell’esercito imperiale. Molti studenti avevano sete di guerra. Ma non Saigo, il quale nonostante l’opposizione di molti suoi compagni, era intenzionato ad andare da solo a Tokyo a tentare una negoziazione, confidando nel suo grado di Gran Maresciallo come unica protezione. Ma le cose erano già andate oltre il suo controllo, un distaccamento volontario di samurai era già partito, a sua insaputa, per la capitale. I ribelli sapevano che Saigo sarebbe stato troppo tradizionalista per abbandonarli nel momento del bisogno, e che si sarebbe sentito in dovere di assumere il comando.
Takamori stava ancora cercando di evitare la guerra. Infatti, rifiutando un gran numero di volontari riprese il proprio viaggio con solo 12.000 uomini, senza armamento pesante e con una cassa di appena 25000 yen, bastanti a comprare cibo per solo un mese. Se avesse cercato un vero scontro avrebbe reclutato più uomini possibile, lasciando dietro a se una guarnigione in grado di garantirgli la costanza delle linee di rifornimento, e si sarebbe munito di equipaggiamento adeguato. Invece non fece nulla di tutto questo.
Il 15 Febbraio 1877, il comandante del castello di Kumamoto, il Generale Taketa Tani, posto sulla strada degli “insorti”, ricevette due lettere, entrambe nominalmente del Grande Saigo. La prima, in tono brusco ed autoritario, lo informava che l’esercito di Satsuma sarebbe di li a poco passato di li, e che la guarnigiosa doveva uscire dal castello ed attendere ulteriori ordini. L’autenticità della lettera è dubbia, poiché il tono della stessa sembra calcolato proprio per indurre Taketa a fare l’opposto di quanto voluto. Tanto più che Saigo non aveva una forza adatta ad un assedio e che la calligrafia della lettera non era la sua. La seconda lettera invece è stata autenticata come scritta di proprio pugno da Saigo, e in questa si chiedeva educatamente il permesso di passare da Kumamoto in quanto esecutori di una missione pacifica. Si suggeriva inoltre di adoprarsi presso la popolazione locale per prevenire allarmismi. Probabilmente la prima era stata scritta da estremisti delle shigakko intenzionati ad fomentare uno scontro a prescindere dalle intenzioni di Saigo.
L’assedio del castello di Kumamoto
Il generale Tani aveva a sua disposizione 3800 soldati e 600 poliziotti (ex-samurai armati di spade) e con questi era deciso, a prescindere dalle intenzioni di Saigo, a bloccare qualsiasi esercito non imperiale che volesse passare da li. A tal scopo decise di utilizzare il tempo che rimaneva a sua disposizione per raccogliere più cibo possibile e per demolire alcune strutture vicino al castello che avrebbero potuto ridurre il campo di tiro dlle armi del castello.
Il 22 Febbraio gli insorti vennero a contatto con l’avanguardia della guarnigione del castello, che dopo breve si disimpegnò per rifugiarsi dentro le mura dello stesso.
Il 23 Febbraio iniziò l’assedio vero e proprio, e per due giorni gli insorti tentarono di assaltare, senza risultati, la fortezza, confidando nel fatto che i coscritti non potessero reggere il confronto con i samurai, il castello arrivò vicino a cadere ma alla fine resistette.
Fallito l’attacco frontale, l’esercito di Satsuma si dispose in trincea cercando di far cadere il castello per fame. Inanto però le forze imperiali non stavano a guardare, già il 12 Febbraio era stato deciso di mobilitare l’esercito per schiacciare l’insurrezione.
L’esercito imperiale era comandato formalmente dal principe Taruhito Arisugawa (nella realtà dei fatti dal generale Aritomo Yamagata, ironicamente un vecchio amico di Saigo ), e arrivò nei pressi degli insorti il 12 aprile.
La battaglia di Tabaruzaka
Aritomo ordinò l’assalto alle posizioni degli insorti il 3 Marzo, e la battaglia che ne seguì durò otto giorni e si dipanò su un fronte di 61 miglia, da Tabaruzuka (da cui il nome) alla baia di Ariake.
Gli insorti avevano accolto tra le loro fila nuovi samurai ribelli che avevano portato i loro effettivi a 12000 uomini divisi in sei battaglioni di 2000 uomini. Questi samurai erano armati con moschetti ad avancarica Entfield (capaci di sparare tre volte al minuto), 30 cannoni di piccolo calibro e una ventina di mortai assortiti.
Gli imperiali contavano su 34000 uomini, armati con il fucile a cartucce Snider (con un rateo di fuoco di 10 colpi al minuto) e oltre cento cannoni. Oltre ai soldati, l’esercito imperiale poteva contare su diverse centinaia di Poliziotti.
La battaglia si svolse in modo cruento e ciascuna parte perse circa 4000 uomini tra morti e feriti, alla fine, anche grazie ad uno sbarco di forze dietro la retroguardia nemica, gli imperiali riuscirono a scalzare gli uomini di Satsuma che si ritirarono a est di Kumamoto, e così, dopo 54 giorni, l’assedio al castello era terminato. Mancando di una vera e propria strategia generale, gli insorti si misero ad attendere l’iniziativa governativa, nel frattempo si ritirarono di 100 miglia verso Hitoyoshi.
Al picco della battaglia Saigo aveva scritto una lettera all’indirizzo del principe Arisugawa, in questa ribadiva le ragioni che lo avevano spinto verso Tokyo, inoltre indicava che anche in quel momento non era votato alla ribellione e che ancora sperava in un accordo pacifico.
Ma il governo centrale era ormai sul piede di guerra e deciso a schiacciare con la forza la ribellione. Per tagliare Saigo da possibili rifornimenti e rinforzi, l’8 Marzo tre navi da guerra sbarcarono 500 poliziotti e un migliaio di soldati a Kagoshima, questi requisirono l’arsenale e presero in custodia il governatore provinciale.
Sebbene la coscrizione consentisse di rimpinguare i vuoti nelle fila imperiali con molta più facilità dei samurai di Satsuma, le perdite rano state comunque tali da imporre alcune settimane di riorganizzazione. L’inseguimento dei ribelli riprese solo il 24 Luglio. Seguirono diverse piccole schermaglie, finchè, sfruttando marce forzate e due sbarchi navali, il generale Yamagata riuscì a accerchiare il grande Saigo presso la città di Nobeoka. Ma i samurai si dimostrarono un osso troppo duro da mordere, concentrandosi in un punto dell’accerchiamento riuscirono a sfondarlo e ad allontanarsi ancora una volta .
L’epilogo
Il 17 Agosto, il combattimento, la marcia e la ritirata costante avevano ridotto gli 8000 uomini inizialmente disponibili per Saigo ad appena 3000, inoltre tutto l’armamento moderno che questi avevano posseduto era ormai perso od inutilizzabile. I rimasugli dell’armata di Satsuma si preparano alla difesa occupando le pendici scoscese del monte Enodake. Dopo breve, il principale corpo dell’esercito imperiale li seguì, forte di 21.000 uomini. Dato il rapporto di forza di 7 a 1, un certo numero di samurai si arrese, mentre per i rimasti l’idea stessa della resa era un anatema. Non essendoci possibilità né di vittoria né di resa, ai superstiti non restava altro che cercare una morte onorevole. Tuttavia essi giudicarono che le pendici del monte che li ospitava non fossero adeguate come luogo di riposo finale. Takamori si risolse quindi a rompere ancora una volta l’accerchiamento che lo bloccava per cercare di tornare alla natia Kagoshima o morire nel tentativo. L’occasione si presentò la sera del 19 Agosto, quando una fitta nebbia consentì agli uomini di Satsuma di eliminare in silenzio le sentinelle nemiche e fuggire. Il mattino successivo Yamagata, beffato ancora una volta dal suo vecchi amico, non aveva idea di dove fossero spariti i suoi avversari, e l’unica cosa che potè fare fu di inviare pattuglie esplorative in tutte le direzioni. Intanto Saigo e i 500 uomini che gli erano rimasti, dopo otto giorni di marcia attraverso foreste impervie ed umide, giunsero a Kagoshima, dove presero possesso del monte Shiroyama (monte-fortezza). Le truppe governative iniziarono ad arrivare dopo poco, e ancora una volta i ribelli furono accerchiati da una forza che li sovrastava nella misura di 60 a 1. Deciso stavolta a non lasciare nulla al caso, Yamagata ordinò ai suoi 30000 uomini di realizzare attorno al monte un elaborato sistema di fossati, terrapieni e ostacoli, al fine di impedire un’ennesima fuga. Contemporaneamente ordinò all’artiglieria di iniziare a ridurre le posizioni nemiche, a questa si aggiunse il fuoco di cinque navi da guerra che nel frattempo erano arrivate nella baia. Durante questo assedio furono sparati ben 7000 colpi di cannone, anche se per ogni eventualità in riserva ce ne erano altri 7000.
Il piano di battaglia di Yamagata era semplice, e consisteva in un assalto alla montagna portato contemporaneamente da tutti i lati. Ciascun uomo doveva mantenere la propria posizione a tutti i costi,nel caso di unità in ritirata le unità vicine avrebbero dovuto far fuoco sui ribelli a prescindere dal fatto che avessero potuto colpire i compagni. Due degli ufficiali di Saigo si avvicinarono al comando imperiale con una bandiera bianca cercando di trovare un modo per salvare il loro comandante. In risposta gli fu data una lettera scritta da Yamagata per il suo vecchio amico, in questa il generale chiedeva, con i termini più amichevoli, di cessare questo insensato massacro e arrendersi.
Saigo Takamori lesse la lettera con attenzione, ma la sua determinazione non venne meno. Fino a quel momento, ai samurai di Satsuma la guerra era costata circa 7000 morti e 11000 feriti, mentre il conto delle forze imperiali ammontava a circa 6000 morti e 10000 feriti, ma nonostante il sangue versato l’onore proibiva la resa.
La sera del 23 settembre Saigo chiamò, nel buco dove era rintanato per sfuggire al martellamento dell’artiglieria, i suoi più cari amici. Assieme passarono il resto della serata in un ultimo”sake party”. Alle 3 di mattina del giorno dopo i governativi iniziarono l’attacco, per le 6 solo 40 ribelli rimanevano in vita, e Saigo era ferito in modo abbastanza grave alla coscia ed allo stomaco.
Comprendendo che la fine era ormai arrivata, Takamori si allontanò con il suo fedele amico, Shinsuke Beppu, alla ricerca di un posto adatto ad essere l’ultimo. Trovatolo, Saigo si inginocchiò, e Beppu, con un unico colpo di spada, gli mozzò il capo. La testa del grande generale fu quindi affidata nelle mani di un fedele servitore, affinché la nascondesse per non farla cadere in mano al nemico.
Quindi i samurai superstiti si racolsero, e guidati da Beppu, si lanciarono urlando in ultima carica contro le formazioni nemiche che avanzavano più giù, verso valle, finche non furono tutti falciati dal fuoco delle mitragliatrici di Yamagata.
Per le sette del mattino la “Ribellione di Satsuma” era finita. Combattendo per preservare l’antico ordine feudale i samurai erano andati incontro ad una dura sconfitta per mano dell’esercito di coscritti, reclutati in tutte le classi, che tanto disprezzavano, mostrando la superiorità delle armi moderne rispetto a quelle tradizionali. Per ironia della storia, il grande Saigo era stato sconfitto dallo stesso esercito che aveva contribuito a creare, e nel nome dello stesso imperatore che aveva contribuito a mettere al potere.
Ad ogni modo, nonostante la futilità della propria causa, l’indiscussa integrità e la forza delle convinzioni di Takamori Saigo lasciarono una duratura impressione in coloro che gli si erano opposti. Il governo e l’imperatore rimossero, in modo postumo, il marchio di traditore dal suo nome, ed innalzarono suo figlio al rango di marchese. In seguito, per onorarlo, una statua sarà posta nel parco di Ueno, a Tokyo, dove esiste ancora.
Al giorno d’oggi Saigo è sempre una figura molto popolare, eroica e tragica allo stesso tempo: L’ultimo dei nobili samurai.
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